Il diario dal fronte: la prima regola

La settimana scorsa, subito prima di cominciare al fronte, ho ricevuto un centinaio di email della task force Covid del mio ospedale. Tutte mi ringraziavano per il mio gesto di solidarietà (sono stata obbligata) e terminavano con la frase: Bienvenue entre les CoronaFighters!
Così ho scoperto che c’è gente veramente impegnata e fomentata (nel senso di implicata a fondo) in questa lotta alla pandemia. Cioè, tutti ci proteggiamo, portiamo le mascherine, ci disinfettiamo le mani e blastiamo i negazionisti sui social e nella vita vera, ma pochi possono dire di combattere davvero in prima linea. Ora io ne faccio parte.

Poi è arrivata la notizia degli orari: 12h al giorno 7/7. Io sono stata reclutata là per 18 giorni. Mi sono detta che era da un po’ che non facevo orari del genere. Per fortuna ho poi scoperto che invece il weekend c’è tutto un altro servizio di guardie di gente decisamente più avanti di me nella medicina interna, così per ora, almeno, posso riposarmi (e studiare per il mio esame di Dicembre) per un paio di giorni. Saremo di picchetto solo se sarà veramente necessario, per ora il sistema tiene.

Mi sta interessando molto. Sono al reparto dei ricoverati ma ancora stabili, quindi sotto ossigeno. Quando la loro saturazione scende nonostante l’ossigeno e hanno bisogno di altro, li trasferisco. Molti sono pazienti che hanno altri problemi internistici, ad esempio cardiaci o renali, ma sono anche Covid positivi, quindi non possono stare in un reparto normale. Sto ripassando tanta medicina generale e non potrà farmi che bene.

Altre cose che ho imparato questi giorni:

La prima regola del CoronaFightClub è che, appena arrivi a casa, ti spogli sulla soglia (magari a porta chiusa, per evitare spettacolini coi vicini), lasci su una sedia ciò che puoi riutilizzare il giorno dopo (tipo i jeans, che tanto li uso solo sull’autobus), metti a lavare il resto e vai diretta sotto la doccia.

Io quando ho una paziente donna

La ginecologia fa paura a tutti i non ginecologi. Il primo giorno c’era una paziente con una metrorragia. Quando l’infermiera ha pronunciato questa parola, c’è stato una specie di fuggifuggi verso il paziente cardiopatico più vicino, io invece ho fatto una capriola di gioia perché almeno so cosa fare, come curarla, e non mi sento l’ultima degli stupidi. Credevo di essere molto ignorante, invece sono solo ben formata nel mio campo (e ho qualche lacuna in quello degli altri). Devo dire che mi ha fatto ridere questo terrore delle problematiche ginecologiche.

Ho bisogno di un abbraccio. La MezzaMela ed io abbiamo deciso di limitare le occasioni di contagio tra di noi, per queste tre settimane, ma devo dire che già a quattro giorni comincia a mancarmi un po’ il contatto di un’altra pelle umana, soprattutto della sua.

Domani finisce la prima settimana. E’ volata. Quasi mi dispiace. Ne mancano ancora due e poi si torna, almeno per ora, alla Maternità.

Cronache dal Covid #1: la recluta

Oggi ho ricevuto una chiamata da un numero sconosciuto. Mi dice: “Sono Primario. Può venire un momento nel mio ufficio?”

Quando Primario ti chiama, tu molli tutto e voli da lui, ovviamente. In quel momento poi stavo scrivendo noiosissime lettere di dimissioni, quindi non avevo neanche scuse. Sono corsa incontro al mio destino con un po’ di agitazione, ma neanche troppa (niente a che vedere con quella volta che un’altra capa mi chiamò per dirmi che la polizia mi cercava, ma questa è un’altra storia).

Tutto sorridente e gentile come la Strega di Biancaneve che offre la mela avvelenata, mi fa: “Dunque, cosa ne pensa di andare nel reparto Covid da lunedì?”

Il fatto è che le cose non vanno proprio bene, nel mondo, penso ce ne siamo accorti tutti. Quindi noi da questa settimana abbiamo interrotto l’attività elettiva, manteniamo solo Ostetricia, Oncologia Ginecologica e Senologica, le interruzioni di gravidanza e le Urgenze. Tutto ciò che è rimandabile, lo faremo penso dopo le cavallette e la pioggia di fuoco e ghiaccio (ci asterremo dal sacrificare il primo figlio maschio, tranquilli).
Inoltre stanno aprendo, in tutto l’ospedale, di nuovo i reparti Covid. Moltiplichiamo i posti, gli anestesisti li mettiamo in Rianimazione e noi poveri medici di serie B a seguire i pazienti meno gravi. Noi di Ginecologia siamo a disposizione, ovviamente. Alla prima ondata ero io stessa in malattia a casa, quindi non ero finita nei reparti Covid.

Ho cercato di fargli presente che io faccio esclusivamente la ginecologa dal 2009, al quarto anno di medicina, quando mi sono rintanata nell’ambulatorio di ostetricia e ho piantato le radici. Profonde. Convinte. Radici che hanno cambiato nazione qualche volte ma mai linfa vitale.
Per dire, io di pazienti uomini non ne ho mai avuti, a meno che non abbiano qualche minuto di vita e un pene di qualche centimetro scarso (non è vero: ho avuto uomini trans e qualche uomo poverino con il tumore del seno, esistono anche loro).
Come dico sempre: per me sopra l’ombelico ci sta solo un utero a termine di gravidanza, e a volte delle tette.
Così ho risposto: “Se serve vado, però sarei poco a mio agio, magari potrei rimpiazzare qualche altro mio collega qui alla Maternità, dove serve, magari in Sala Part…”
Lui mi ha interrotto: “Perfetto, allora lunedì comincia.”

Bello quando ti chiedono la tua opinione per tenerne conto!
Poi mi ha anche detto: “Non si preoccupi, lei ha la bottiglia, ce la farà.”
Credevo fosse la bottiglia a cui mi attaccherò stanotte, ma no, a quanto pare è un modo di dire francese per dire che ce la posso fare, ho le capacità. Se lo dice lui, ci credo!

Quindi niente, questo weekend si ripassa l’equilibrio acido-base e via, lunedì si comincia.
In realtà sono contenta: farò la mia parte e mi servirà tantissimo. Ovvio, un po’ di ansia c’è, ma ci pensiamo al momento giusto.
Mi sono detta: perché non segnarmi le emozioni e le novità che imparerò? Un diario di questo tipo non capiterà una seconda volta (forse quando avremo la piaga delle ulcere, chissà).
Spero di avere il tempo di tenere questo diario, magari non giornalmente perché, a quanto dice una mia collega che sta lì al fronte da una settimana, gli orari sono parecchio impegnativi. Magari mi annoto le riflessioni e ogni tre giorni faccio una pagina ricapitolativa. Vedremo.
A presto!

Magari: recensione del film

L’altro giorno ho vinto un biglietto per andare a un cinema in italiano qui dove abito, e ci sono andata da sola perché un’occasione del genere (un evento gratuito e per di più in italiano) non bisogna veramente farselo scappare, nella vita media di un expat in un paese così costoso.

Sono andata senza neanche informarmi su che film fosse. In copertina c’era una specie di famiglia e Riccardo Scamarcio, quindi l’ho preso a scatola chiusa. Penso sarei andata a vedere la qualunque.

Come sempre, dopo averlo visto mi sono letta qualche recensione sul web e nessuna ha soddisfatto la mia curiosità. Alcune erano davvero banali, alcune scritte da qualcuno che evidentemente non ha visto il film; alcune indicate come “recensione” ma in realtà erano solo riassunto della trama (e pure fatto male). Su alcune addirittura si parlava solo della famiglia Agnelli, io manco l’avevo capito che la regista è di quella famiglia, e infatti non avevo colto perché Lapo Elkann fosse tra i ringraziamenti. Ci si chiede se sia autobiografico (una sorella e due fratelli, però sono poveri e sfigati), se sia stato fatto perché è già ricca e famosa, quanto ci sia del romanzo “Vestivamo alla marinara” (che ho prontamente inserito nella mia wishlist). Alcune recensioni si concentrano sulla revocazione degli anni ’80, che sono ben presenti nel film in abiti, canzoni, macchine e scene varie, insieme a questa luce calda del tramonto alla fotografia anche se nel film sono le nove del mattino che fa tanto nostalgia per i bei tempi andati.

Ora proverò a fare però la mia recensione, che sarà molto personalizzata però coglierà un aspetto che non ho trovato in nessuna di quelle che ho letto finora in giro e che, secondo me, è il fulcro del film e quello che la regista voleva passare.

Qualche anno fa ero di guardia con una ostetrica che ha due figli, all’epoca di quattro e nove anni; lei si era separata da un annetto e da qualche mese aveva un nuovo compagno che cercava, gradualmente, di inserire nella vita dei figli. Lei è stata la prima che mi ha posto la fatidica domanda: “Ma tu, anche dopo quindici anni e anche se i tuoi si sono separati quando ormai eri grande (avevo 17 anni, credevo di essere grande, adesso credo che no, ero una povera adolescente alla deriva), anche se non erano felici insieme e questo provocava problemi a te e tuo fratello, anche se ora invece sono felici e in coppia e tu hai la tua vita e sei soddisfatta, comunque vorresti che loro non si fossero separati?”
Questa é la classica domanda che mi fa salire le lacrime agli occhi. Anche dopo quindici anni e dopo tutte quelle condizioni elencate qui sopra.

Questa è la situazione della bambina protagonista del film. Ha nove anni, i suoi si sono separati quando ne aveva uno e non ha nessun ricordo di quando stavano insieme, solo una fototessera di loro due insieme. Lei è sicura che un giorno si sposeranno di nuovo perché, in fondo, ancora si amano.
In realtà la madre si è convertita al cristianesimo ortodosso, è molto praticante e aspetta un figlio da un nuovo marito; il padre (Scamarcio) cambia fidanzata ogni anno, è un ragazzone mai cresciuto che non si prende alcuna responsabilità soprattutto nei confronti dei figli che sono come tutti i figli dei divorziati: abituati a prendersi cura di se stessi e a non fidarsi degli adulti.
Nel film la bambina e i suoi fratelli sono bambini normali, capaci di divertirsi con il padre, diventare amici con la sua fidanzata del momento, sentire la mancanza della mamma (per quanto entrambi i genitori siano piuttosto disfunzionali e imperfetti), prendersi delle cotte, mettersi nei guai, e così via.

Io non vorrei mai vedere Mère e Père insieme in questo momento né in un nessuno degli ultimi quindici anni, perché credo che se un amore finisce, anche se ci sono due figli di mezzo, sia giusto separarsi e cercare una nuova vita; anche se voglio bene alla nuova moglie di mio padre e alla sua famiglia, che ora considero parte della mia; anche se ora entrambi stanno meglio e sono talmente diversi che non li vedrei mai insieme; non vorrei loro due insieme, ma vorrei due genitori che stanno insieme e forse sì, è solo un costrutto sociale, quando ero alle elementari solo una bambina in tutto l’istituto era figlia di separati ed era un po’ il caso sociale del paese, mentre ora la metà dei miei amici non ha i genitori in coppia, però è comunque una tappa che mi sarei risparmiata, ecco, e perché penso che tante cose sono derivate da quella, tra cui i problemi di Frère o la perdita dei miei ippopotami, che non sarebbe mai accaduta se la mia famiglia non fosse attualmente sparsa su due e più case.
Non posso parlare per tutti i figli dei separati ma per me e la bambina del film sì; anche se un giorno cominceremo nei nostri sogni a sognare le cose come stanno e non come stavano, anche se siamo felici e soddisfatti con la situazione attuale, una parte piccola di me, la mia parte bambina che ancora ha i suoi ippopotami, sempre vorrà due genitori insieme.

Per me questo film non è un film su come eravamo negli anni ’80, o sulla famiglia Agnelli, è un film su come i figli dei separati, negli anni ’80, sono esattamente come quelli degli anni 2020. Tutto il resto è folklore intorno e comunque funziona, perché è un film delicato e nostalgico, fatto comunque bene. E il titolo dice tutto: “Magari.” Un desiderio che non verrà mai soddisfatto ma sarà sempre lì, anche dopo decenni, anche quando tutto andrà bene con il piano B.

A margine, due appunti che mi sono piaciuti molto: la multiculturalità che si traduce in un film in tre diverse lingue e la frase della bimba: “In otto anni, non avevo mai visto i miei genitori nella stessa stanza.”
Ecco, questa è la tipica frase che i figli dei non divorziati non capiranno e che io non avevo mai ritrovato in un film. Grazie a Ginevra Elkann per aver interpretato questo nostro sentimento.

Ricordo limpido

Oggi mi hanno mandato questo meme

Ero in camera mia (quella che non c’è più) e aspettavo le 15 per vedere Sabrina, vita da Strega su Italia1. Avevo quindici anni. In camera avevo messo una vecchia Tv minuscola, che non aveva telecomando ma dei bottoni meccanici mezzi rotti che si tenevano pigiati solo con uno stuzzicadenti. Per trovare il canale giusto bisognava girare una manovellina che ovviamente si era rotta, quindi lo facevamo con un cacciavite. Inoltre aspettavo l’arrivo del mio primo ragazzetto dell’epoca e di una delle mie migliori amiche che lavorava nel negozio d’alimentari della famiglia di fronte casa mia, apriva alle 16 e spesso d’estate (era estate perché la scuola non era ancora cominciata) passava da me a fare due chiacchiere.
Stavo sul letto, a sonnecchiare, aspettando loro e Sabrina. La TV era accesa ma silenziosa perché c’era il Tg e non mi interessava. Però questo Tg durava un po’ troppo a lungo. E non finiva mai e ormai l’orario di Sabrina era passato e ho pensato che fosse una qualche edizione straordinaria tipo quelle di Rai3 dal Parlamento. Una roba noiosa, che però non finiva mai.

Ma non ho veramente avuto il tempo di chiedermi perché. Probabilmente ho anche spento a un certo punto, annoiata.  E poi è arrivata la mia amica piangendo (era, ed é, una persona un po’ teatrale) dicendo che stava scoppiando la III guerra mondiale e saremmo morti tutti. Poi è arrivato anche il ragazzetto e lei è andata a lavoro, ma mi ha lasciato appeso alla porta un bigliettino pieno di lacrime e paure e TVTTTB (quella porta che ora non c’è più con tutti i suoi bigliettini e adesivi e disegni che non ci sono più).

E sinceramente non ricordo cosa abbiamo fatto io e il ragazzetto dopo, credo ci siamo messi a seguire la Tv come tutti, cercando di capirci qualcosa. Menomale che Internet non esisteva a quel tempo (in ogni caso, non a casa mia, non con queste modalità di oggi).

E voi, dov’eravate?

Pillole di autoconoscenza #3: a modo mio

…avrei bisogno di carezze anche io.

La mia capa di questo periodo vuole che nelle cartelle delle pazienti scriviamo il meno possibile. “Va bene” per lei è piu’ che sufficiente.
Noi, che siamo ancora in formazione, tendiamo a scrivere lunghe anamnesi dettagliate: “La patiente, di anni 70, viene per il suo controllo a 5 anni post-trattamento del cancro al seno sinistro. Non descrive dolori né masse né secrezione capezzolare. Stabile dal punto di vista osteo-articolare…” e cosi’ via per quindici righe.
Lei ci corregge il tutto con generose passate di Canc.

Io credo che quando avro’ delle pazienti “tutte mie” e nessuno che mi correggerà le cartelle, scrivero’ tante cose, anche piu’ importanti dell’anamnesi medica pura.
Oggi avrei voluto scrivere: La paziente è tornata sorridente dalle vacanze con una leggera abbronzatura.
La paziente ha sentito il mio accento straniero e mi ha chiesto come va la mia famiglia in Italia con il COVID. Mi ha fatto molto piacere.
La paziente sembra aver paura di tutto. Serve dolcezza.

Pillole di autoconoscenza #2:non c’è una ragione

Quando ero adolescente ho avuto un periodo mistico-religioso importante e mi ha persino sfiorato l’idea di prendere i voti.

Era confortante sapere che tutto accade e accadrà per un Motivo Superiore. Che c’è una Ragione. Che c’è un Disegno.

Anche senza essere credenti, molte persone credono che alcune cose accadano per un motivo.

Un animale raccolto per strada che ci cambia la vita. La morte di una persona conosciuta che ci insegna qualcosa. La persona con cui crediamo di avere un futuro che ci lascia, ma alla fine meglio così perché ci ha fatto crescere. Una malattia all’improvviso che ci costringe a cambiare punto di vista sulla nostra vita.

Saranno i miei studi scientifici, ma non credo più a nessuna Ragione, che la si voglia chiamare Dio o Destino o Karma o qualsivoglia. C’è solo tanta entropia che non può che peggiorare e tutto accade per caso. Non c’è nessuna intenzionalità né programmazione né senso ultimo nell’universo.

Ciò che cambia sono solo io. Io che decido come vivere ciò che mi accade. Io che interpreto.

Ecco, è solo una interpretazione del caos e sono io a determinare la direzione. Nessun altro.

To be continued.

 

Pillole di autoconoscenza #1: indietro nel tempo

L’orologio sopra l’ascensore, nel corridoio del reparto di Ginecologia, segna le 7:03.

Cammino oltre le stanze delle pazienti fino all’ufficio delle infermiere e l’orologio sopra la porta segna le 7:01.

Sono stati sincronizzati su due orari diversi e io li guardo, ogni mattina, in questo ordine.

Guadagno due minuti.

Vado indietro nel tempo.

 

Riflessioni sull’apocalisse

Appunti di pensieri sparsi in questi giorni di pandemia mortale apocalittica…

Toccare le persone. Io sono una che non ama baciarsi sulle guance con gli sconosciuti o nuovi-appena-conosciuti, tendo sempre la mano (qui mi rispondono che è tipicamente italiano), però al contrario mi piace stare abbracciata con le poche persone che mi sono veramente vicine. Sono molto tattile, alla base. Però amo parlare con gli sconosciuti, sul bus, al supermercato, per strada, soprattutto con gli anziani e i bambini. In questo periodo ho paura di qualsiasi contatto anche indiretto (tipo se qualcuno mi passa un foglio), mi allontano dalle persone quando cammino per strada (qui c’è una semi-quarantena, la gente ancora esce anche se tutte le attività pubbliche sono chiuse).
Quando guardo un film o una serie e due persone si toccano, mi verrebbe da dire: “Non fatelo! Non si può!”
Credo che ci metterò un po’ a fidarmi di nuovo del contatto ravvicinato con le persone.

L’ambiente sta traendo grande giovamento da queste quarantene forzate. Girano video con delfini nei porti, uccelli e anatre che si riprendono Roma, analisi del quantitativo di inquinamento nelle zone più colpite (tra l’altro, una delle ipotesi sulla Lombardia è proprio l’alta concentrazione di PM10 nell’aria). C’è chi crede che sia una sorta di equilibrio che Madre Natura ci sta imponendo. Io la vedo semplicemente come un punto di più alla lista delle cose positive che questa situazione ci sta portando. L’universo è caos assoluto e in quanto tale qualsiasi evento porta con sé conseguenze positive e negative a seconda di chi le cerca e le analizza. Sta a noi metterci nella giusta direzione per vedere, se ci va, gli aspetti positivi. Io voglio provarci perché altrimenti sprofonderei.

 

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ZeroCalcare

Stare lontani da casa non è un problema quando va tutto bene, diventa un problema quando c’è un altro problema. Avevo sempre immaginato una crisi economica, eventualmente, e mi ero detta che tutto sommato avere il patrimonio familiare diviso su tre nazioni diverse ci avrebbe giovato; a inizio anno, quando Trump ha avuto la bella idea di silurare Soleimani, e tutti abbiamo temuto una terza guerra mondiale, di nuovo ho cercato di calmarmi dicendomi che, qualsiasi cosa fosse successa, sarebbe stato molto improbabile avere bombardamenti e la guerra vera in Europa e, anche se separati, saremmo stati al sicuro.
Di sicuro non avevo previsto la pandemia mortale. Ciò che mi fa salire l’ansia a livello gola non è tanto la possibilità che Mère, Père o Frère possano ammalarsi, quanto che io non possa prendere un aereo e andare ad assisterli. Mère, col suo solito cinismo, dice che tanto sarebbe inutile, una volta che entri in ospedale non ne esci e non puoi ricevere visite, quindi non c’è differenza nello stare sparpagliati, piuttosto che tutti a Roma. Io però penso a Frère tutto solo lassù in quel paese di testedic***o, e anche se dovesse prendergli una forma lieve, vorrei andare a fare la quarantena con lui e preparargli il brodo caldo e misurargli temperatura e saturimetria ogni 6 ore. Non mi sento in prigione a casa, mi sento in prigione in questa nazione. La nostra scelta di emigrare ma rimanere in Europa si era basata proprio su questo principio: qualsiasi cosa succede, in due ore di aereo massimo siamo dalla nostra famiglia. Ora no, qualsiasi cosa accada, non potrò andare. Questo mi fa sentire un enorme polpo alla gola.

Lo smart working: come ogni cosa in Italia, serviva la situazione d’emergenza per costringerci a metterci al passo con la tecnologia, la modernità e tutto il resto. L’Italia è come quello studente intelligente ma svogliato che studia solo il giorno prima dell’interrogazione e rimedia un voto medio, tipo un 7, salvo però poi scordare tutto poco tempo dopo. Risultati buoni rimediati all’ultimo minuto e ben presto scordati. Al netto dell’impossibilità di andare in palestra o uscire a fare una passeggiata o incontrarsi con gli amici, ad esempio la Mezza Mela sta vivendo benissimo questo periodo perché finalmente ha la scusa ufficiale per lavorare da casa. Il suo è un lavoro che tranquillamente potrebbe essere fatto in smart working in tempi di pace, solo che i suoi capi sono vecchi e malfidati e finora non gli hanno dato la possibilità. Lui è uno di quelli che si alza la mattina alle otto, fa colazione, si lava, si veste e fa le sue otto ore di lavoro, con le pause e tutto il resto, come se fosse in ufficio. Io, quando non devo andare in ospedale, raggiungo livelli di trascuratezza che neanche vi dico… Però in questo modo ha più tempo per se stesso, per fare le cose che gli piacciono, perché evita le trasferte e a volte si organizza il lavoro in maniera tale da ritagliarsi momenti per altro. In questo tipo di lavoro, il risultato è ciò che conta, non le ore che ci passi sopra. La Mezza Mela spera fortemente che questo periodo sia d’insegnamento per i suoi capi e tanti altri, ma chissà…

Comunque a me, a volte, sembra di stare in vacanza. Sarà il tempo ritrovato, che scorre lento, per assaporare ogni singolo gesto, per farlo durare più a lungo. Sarà che non ho il tappetino per fare yoga quindi ho tirato fuori gli asciugamani da mare, da stendere a terra, che sanno ancora di sale e sabbia. Sarà che c’è un sole pazzesco e la Mezza Mela passa il tempo in balcone ad abbronzarsi, pieno di crema solare e poi profuma di questa. Sarà che ho aggiunto al mio sgrassatore naturale un po’ di varecchina, per uccidere questo dannato virus, e quindi c’è profumo di piscina in bagno. Insomma, io cerco di chiudere gli occhi, far finta che il rumore delle macchine sia in realtà delle onde del mare, che i corvi e i piccioni siano gabbiani, che il fritto della signora del piano di sotto sia in realtà un chioschetto di fritti di mare sulla riva. E aspetto che passi.

Tutto o Nulla: La Resilienza di Albert Camus ne La Peste

la-pesteCome molta gente, di questi tempi, sto leggendo La Peste di Albert Camus. Non l’avevo mai letto prima ma era sulla mia lista, in ogni caso, perché è un libro che racconta di una malattia ed è un must per tutti i medici. In questo momento è incredibile da leggere per l’universalità delle reazioni umane di fronte a un flagello incontrollabile come una malattia infettiva che si diffonde malgrado i nostri sforzi di contenerla.

Ieri sera ho letto un capitolo assai particolare. Uno dei personaggi principali del romanzo è Padre Paneloux, un gesuita che tiene due prediche durante la quarantena, prima di morire di peste anch’egli. Nella prima, indica la peste come punizione divina per i peccati degli uomini (sai che novità). Nella seconda, invece, ha cambiato opinione perché è diventato volontario nelle squadre di soccorso e ha dovuto assistere allo strazio di un bambino malato, morto tra contorcimenti e dolori (il siero che gli hanno somministrato tentando di curarlo non ha fatto che prolungare la sua agonia). Di fronte alla morte dolorosa di un innocente, Padre Paneloux non può ancora sostenere la sua tesi di “punizione divina” perché il bambino, in quanto tale, non può aver commesso nessun peccato tale da meritare un riconoscimento simile. Dunque Padre Paneloux dice: ci sono aspetti, di Dio, che non possiamo capire; ci sono alcune sue scelte che sono inspiegabili, per noi esseri umani, ad esempio la tortura degli innocenti; non possiamo semplicemente dire “è stata colpa nostra”, in questo caso non vale. Come possiamo accettare tutto ciò? Padre Paneloux dice, agli ormai pochi fedeli che sono venuti ad ascoltarlo in chiesa: Dio o si accetta totalmente, o non si accetta per niente. Non possiamo accettare di lui ciò che capiamo e approviamo, e rifiutare le parti che non ci sono congeniali, o per le quali non troviamo una spiegazione. Rimarrà sempre qualche “mistero della fede” che non è dato, a noi mortali, di capire né comprendere né spiegarci. Per Padre Paneloux, è ovviamente impossibile rifiutare Dio in toto (scegliere il Niente), quindi deve necessariamente scegliere il Tutto, smettere di porsi domande, smettere di cercare il senso. Questo, ovviamente, non in senso passivo: continuiamo a combattere questa malattia, a fare opera di volontariato, a confortare i malati. Ma accettando tutto quello che ne viene nonostante i nostri sforzi.
Coerente con la sua predica, quando Padre Paneloux di ammala, forse di peste, non vuole nessun medico accanto a sé per provare a salvarlo. Si rimette completamente nelle mani di Dio, di cui ha accettato Tutto, anche ciò che non può capire, e muore come tutti gli altri, in una corsia d’ospedale, senza nessun trattamento di favore. Accetta il Tutto, non rifiuta nulla, neanche una morte apparentemente senza alcun senso.

In questi anni si utilizza molto la parola Resilienza. C’è chi se la tatua addosso per superare la fine dell’ennesima storia d’amore, chi la infiocchetta nel proprio diario segreto, persino la mia psichiatra la usa. E’ una parola che affascina perché sembra complicata, ma è un concetto talmente universale, anch’esso, che persino la spiegazione più semplice colpisce subito a fondo. Tutti noi abbiamo qualcosa da superare a cui applicare il concetto di Resilienza.
Ora, poi, tutti noi cerchiamo di essere resilienti facendo sport in casa, provando nuove ricette, con lunghe video chiamate ai parenti e amici, cantando sui balconi, leggendo nuovi libri, e così via. Cerchiamo la via positiva da imbroccare in questa calamità naturale che ci è capitata addosso. Cerchiamo di accettare il Tutto, anche ciò che non è spiegabile, uscendone non troppo sconfitti, cercandone l’aspetto buono.
Padre Paneloux accetta tutto di Dio, anche la sua malvagità, perché crede che dietro vi sia una spiegazione buona, solo che non sta a lui conoscerla. Io da tempo mi definisco, se non atea, decisamente agnostica (e pensare che da ragazzina volevo farmi suora), e questo 2020 è cominciato male e sembra proseguire pure peggio, ma mi sforzo, sul serio, di non oppormi troppo a questa onda alta, ma di farmi portare sperando, prima o poi, di approdare su una spiaggia da sogno. E che questa spiaggia sia molto affollata!

Go Green: Meal Prep & Batch Cooking

Dunque, il Meal Prep è il cugino stretto del Meal Planning. Quando colleghi e amici increduli mi chiedono cosa sia, io rispondo in breve: “La domenica pomeriggio (o un qualsiasi altro momento libero della settimana) cucino in due ore tutti i pasti della settimana, così mi porto avanti.”
In effetti, il Meal Prep è, letteralmente, una preparazione di pasti fatta in anticipo. In realtà mento un po’ quando dico “tutti i pasti”. Ovviamente ci sono delle super-persone là fuori (cioè su YouTube) che cucinano veramente tutto: colazioni, snack e merende, pranzo e cena per tutta la settimana, ma non è il mio metodo.

Perché il segreto del Meal Prep è questo: dovete trovare un metodo che funzioni per voi. Per me questo è: preparare un ciambellone o dei biscotti per avere la colazione buona tutte le mattine (ma quando non riesco, sinceramente, ci accontentiamo di pane e marmellata o biscotti industriali) e i pranzi da portare a lavoro, perché qui è troppo costoso andare a mangiare fuori ogni giorno. Per le cene mi accontento di programmare circa cinque cene a settimane (Meal Planning) ma non le cucino in anticipo, ma al momento.

Tipologie e metodi

I metodi per fare Meal Prep sono, fondamentalmente, tre:
1. Il Meal Prep propriamente detto, cioè la preparazione del pasto completo (io spesso faccio un tapperware con riso, polpette e qualche verdura di contorno). Per rendere il Meal Prep più facile, spesso si finisce per mangiare diversi giorni a settimana la stessa cosa.
2. Il Batch Cooking, cioè il cucinare ingredienti singoli da assemblare poi insieme in diversi modi al momento. Ad esempio se decidete di cucinare in anticipo tutte le verdure della settimana, i legumi, riso e quinoa e i loro fratelli, e così via. Io lo faccio per le verdure: magari faccio una grande padellata di zucchine, ne metto un po’ nelle schiscette del pranzo e un po’ le lascio nel frigo per una pasta o una frittata in serata. Questo metodo è più attraente per chi ama mangiare cose diverse ogni giorno.
3. Cucinare il doppio ogni volta. Stai facendo una lasagna? Fanne due e una la congeli. Fai il risotto per cena? Fanne il doppio e domani te lo porti a lavoro. Fai un sugo? Fanne il triplo e due vasetti li metti nel frigo/congelatore, e così via.

Ciò che io faccio, sinceramente, è un mix dei tre metodi. Tendo a preparare i pranzi completi ma con le verdure faccio molto batch cooking e quando non sono riuscita a fare molto Meal Planning in anticipo, mi butto sul concetto “ciò che mangio stasera, lo mangerò domani a pranzo”. Ogni tanto si può fare.

Come faccio, a livello pratico
Primo step, faccio un giro del frigo e della dispensa e mi segno tutto ciò che ho. Scrivo veramente una lista, dividendo tra proteine, carboidrati e verdure.
Secondo step, comincio a collegare gli ingredienti cercando di utilizzare ciò che già è disponibile formando i pasti della settimana, secondo la regola che ogni pranzo e cena deve contenere un po’ di carboidrati, un po’ di proteine e un po’ di verdure. In questo modo ho fatto Meal Planning.
In particolare, per i pranzi (che sono quelli che prepperò), siccome non ci piace mangiare ogni giorno la stessa cosa, decido due ricette. Di solito si tratta di una versione di polpette + riso + verdure, e una versione di torta salata/lasagna/pasta al forno. In questo modo arrivo a fare circa otto porzioni, che sono quelle che ci servono ogni settimana (siamo in due, io non lavoro cinque giorni a settimana perché faccio dei turni da 13 ore e ho dei recuperi, mentre la Mezza Mela fa almeno un giorno a settimana di lavoro da remoto- questo quando non siamo in quarantena ovviamente). E’ molto variabile come cibo perché esistono duemila tipi di polpette e torte salate, a volte vario con dei wraps ripieni o delle frittatine monouso al posto delle polpette. In estate preparo più spesso insalatone, couscous, paste e risi freddi. Insomma, le possibilità sono infinite.
Terzo step, vado a fare la spesa di ciò che manca. Una spesa intelligente con sacchetti di stoffa, prodotti di stagione, etc.
Quarto step, in cucina. Per impiegare meno tempo possibile e fare un uso intelligente di fuochi, forno e utensili, bisogna fare un piccolo schema mentale di come procedere, accendendo ad esempio il forno una sola volta, cominciando da ciò che prende più tempo e ottimizzando le cotture.
Quinto step, la conservazione. La maggior parte delle preparazioni vanno in frigo e si mantengono per quattro-cinque giorni, altre vanno congelate.

Un esempio quotidiano
Una settimana in cui io non lavoro e la Mezza Mela va in ufficio solo tre volte: abbiamo  quindi bisogno solo di tre schiscette. Io sono a casa ma ho cose da fare e mi fa piacere trovare dei pranzi pronti, però ho molto più tempo per cucinare la sera, quindi ho deciso di prendermela comoda e lasciare le cene al momento.
Per i pranzi invece ho deciso di fare delle polpette di legumi con contorno di verdure e riso basmati. Stasera avevamo voglia di minestrone perché fa freddo e inoltre avevo voglia di preparare un dolce con una nuova ricetta.
Dunque ho fatto così:
– metto a bagno del pane vecchio con il latte
– nel frattempo taglio le verdure del minestrone e lo metto su, tengo un po’ di verdure da parte (una zucchina, un peperone, mezza melanzana)
– il pane è morbido, quindi lo frullo con gli altri ingredienti, formo le palline e le metto in forno
– mentre queste si cuociono, preparo l’impasto del ciambellone, giusto in tempo per tirare fuori le polpette e metterlo dentro, il forno è già caldo e consuma di meno
– infine metto su il riso basmati e una padella dove spadello le verdure messe da parte.
Quando è tutto pronto assemblo le quattro vaschette, il minestrone è fatto e ne ho preparato in abbondanza. Mezza Mela mangerà le polpette con riso e verdure per tre giorni, io per un giorno solo e gli altri due mi finirò il minestrone. A colazione avremo il ciambellone, da alternare con biscotti industriali (è da poco arrivato il pacco da giù) o yogurt o pane e marmellata. Resteranno fuori due pranzi ma, siccome saremo a casa entrambi, faremo una pasta al volo o mangeremo qualche altro avanzo dalla sera, visto che ho intenzione di fare cene carine&belline visto che ho tempo. Se fossimo andati a lavoro tutti i giorni della settimana, avrei fatto un ciambellone salato con le stesse verdure spadellate (ne avrei cucinate in quantità doppia, ovviamente) e avremmo potuto alternare i pasti.

I benefici per l’ambiente
Visto che qui si parla di questo, ecco i benefici sull’ambiente:
– Portarsi i pranzi a lavoro diminuisce la plastica monouso, perché utilizzo contenitori riutilizzabili, in plastica o vetro, oppure i Wax Wraps per i panini così evito di comprarli già confezionati.
– Cucinare con calma e con un programma permette di utilizzare più ingredienti di base, meno processati, quindi più sani per noi e per l’ambiente.
– Un buon Meal Prep si basa su un buon Meal Planning, e quest’ultimo aiuta tantissimo a risparmiare senza gettare cibo e riutilizzare avanzi e scarti.

Idee e suggerimenti per il Meal Prep
Quando ho cominciato mi sono ovviamente affidata a YouTube. Troverete centinaia di video, soprattutto se parlate altre lingue, perché esistono una decina di canali italiani ma centinaia in inglese e molti anche in francese e spagnolo. Questo permette anche di variare molto e avere ispirazioni diverse, anche se io trovo alcune ricette anglofone molto poco appetibili e, in generale, preferisco una cucina più mediterranea. Ogni tanto mi piace preparare dei noodles o del riso saltato al curry, ma non possiamo certo mangiarlo tutte le settimane. Ad ogni modo, là fuori è pieno di video-ricette, video di cucina in simultanea o anche video metodologici sul Meal Prep, quindi non esitate a farvi un giro (e fare le tre di notte, come faccio io). Potete ricercare anche “vegan Meal Prep” oppure qualsiasi altra restrizione dietetica. Molti YouTubers hanno anche un blog con tutte le ricette scritte da consultare in ogni momento e delle liste molto carine da scaricare e riempire a piacimento.
Un’altra cosa che ho cominciato a fare quest’anno è creare una lista, sulla mia agenda, di cosa cucino come Meal Prep ogni settimana così, quando sono a corto di idee, la scorro e decido cosa fare (oppure faccio puntare il dito alla Mezza Mela). Una volta ho persino organizzato un pomeriggio Meal Prep con un’amica, abbiamo cucinato enormi quantità insieme e poi abbiamo diviso tutto per due.

Insomma, all’inizio sembra impossibile ma poi diventa un bel divertimento. Almeno, a me piace da morire e ancor di più adoro trovarmi il pranzo buono ogni giorno in ospedale, mentre le mie colleghe si mangiano i tristissimi e costosissimi panini della caffetteria.
Presto parleremo di ricette per recuperare avanzi e scarti. Qui trovate il sommario di tutti i post Go Green. Alla prossima!